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lunedì, maggio 16, 2016

Rifare da capo




Sono stata invitata all'iniziativa (bella) dell'Ecomuseo della Montagna Pistoiese: porta i tuoi saponi e tutti i tuoi prodotti realizzati con le piante dei nostri monti! Io ho detto di si, specificando che il sapone ormai lo faccio solo nei miei laboratori, per insegnare agli altri come si fa.

Eppure, ne avrei dovuto produrre un bel pò per la mostra. Ho rimandato molto il momento di iniziare: quando riprendi il filo, tutto quello che facevi in automatico non lo ricordi più. Allora, vediamo: comprare l'olio-riprendere i pentoloni-raccogliere fiori-scegliere le essenze; in questi ultimi giorni la serie di azioni che portano al sapone fatto e finito mi sembravano davvero difficili, lunghe e faticose.


Ho fatto una cosa al giorno: lunedì ho comprato l'olio, martedì ho raccolto i fiori di Trifoglio che volevo inserire nella ricetta, mercoledì ho ripreso gli stampi, e così via, fino a stamattina.

Ho messo tutto sul tavolo da lavoro, e sono andata a ripescare la bilancia, il pesatore per la Soda, il cucchiaio di legno che uso solo per la pasta di sapone (anche se non si dovrebbe, lo so: ma ci sono affezionata e tiene bene il tempo). Ho avuto un attimo di panico, perchè non mi ricordavo più le dosi a memoria! Come era possibile? Io, che facevo sapone ogni giorno, non ricordavo più quanta acqua, quanta soda, come fare. Ho ripreso il mio quaderno delle ricette, e piano piano sono partita dall'inizio.
Ho riletto vecchie ricette, sorriso per progetti che poi non sono nati e riscoperto mix davvero azzeccati. Ho pesato gli ingredienti. Ho preparato tutto. 
E finalmente ho iniziato.

Lì mi sono accorta che non avevo mai smesso, in realtà: le mani sono andate per conto loro, i movimenti puliti, senza fare disastri o distrazioni ho rifatto il mio primo mezzo chilo di sapone: Rosa, Lavanda, Geranio, bocci di Rosa. Ma era così semplice? Oppure, le cose che ci appassionano non si dimenticano mai davvero?


La mattina è passata facendo sapone, come ai vecchi tempi. Ne ho fatto di tre tipi, adesso aspetto che si asciughi per tirarlo fuori dagli stampi e ricominciare, domattina. 

Mi sono trovata a pensare quanto le nostre radici siano importanti. Radici che possono affondare non solo nella tradizione, o nel nostro passato remoto, ma anche nei nostri talenti, nelle nostre capacità.
Lei è proprio portata a fare questo: te lo sei mai sentito dire?
E quanto hai seguito la tua indole, il tuo saper fare quella cosa, o invece come l'hai abbandonata, e perchè?
E, infine: hai il coraggio di riprenderla in mano, di dipanare il filo di terra, radici e linfa vitale che ti collega alla tua capacità?


Tutto questo mi ha suggerito una nuova idea da inserire sul mio sito:mescolerò nel mio pentolone Fiaba, Tarocchi, Sapone. Ci stiamo già lavorando (mi aiuta una fatina speciale, per adesso top secret) e sono sicura che ti piacerà molto.

Se vuoi, raccontami nei commenti di quando anche tu hai ricominciato da capo: sarai di ispirazione per tutte noi!





venerdì, ottobre 31, 2014

Nonno



Il mio nonno è stato come un padre per me. Da piccola volevo che solo lui mi cambiasse i pannolini, dicono. Il mio nonno è una persona gentile, dall'animo nobile. Lo è sempre stato, e se me lo ricordo, me lo ricordo sempre con il sorriso, un sorriso che poteva essere pieno, oppure solo accennato.
Il mio nonno ha imparato da solo a suonare, a dipingere,a scolpire. E' un autodidatta, ma ha realizzato piccole opere d'arte. Il mazzo di carte a china che non ho mai visto, perchè dicono che mio padre le abbia rovinate da piccolo, a furia di giocarci. Tre scacchiere di scacchi di onice, e mi ricordo da piccola io lo aiutavo, il nonno, a pulire gli scacchi dalla polverina bianca che rimaneva sui pezzi.
Il mio nonno sa cucinare le ciambelline all'anice più buone del mondo, e i biscotti al miele e arancio che io e mia cugina ci andiamo matte.
Il mio nonno ha gli occhi celesti, un colore bellissimo, che mi ha sempre incantata.

Io ho imparato a leggere a tre anni, perchè il mio nonno mi ha insegnato.
Poi mi ha insegnato a suonare il pianoforte, ed ero ancora piccina.
Il mio nonno mi è sempre stato vicino. Alla laurea, alle prime dei miei spettacoli. Per tutti i Natali e le Pasque della mia vita. Il mio nonno amava stare in montagna, dove vivo adesso.

Il mio nonno mi ha insegnato a trovare le more, a fare le fascine per la stufa a legna, ad avere cura delle cose.

Potrei continuare per ore. Il mio nonno è una parte di me, della mia famiglia. Ed ora è pronto per un nuovo viaggio, per tornare alla fonte di tutto.
Nonno, che questo ultimo viaggio ti sia leggero.

EDIT: Nonnino mio, con la puntualità che ti ha sempre contraddistinto te ne sei andato così vicino a Samhain. La tua eredità, oltre a tutto quello che mi hai insegnato, è la semplicità come talento. A te riusciva semplice fare tutto. Ti mettevi lì, e facevi. Questo mi lasci, tra tutti gli insegnamenti.

La semplicità, come talento.

venerdì, febbraio 14, 2014

(anti)conformismo



Quando eravamo al Liceo, si andava a scuola la mattina tutti truccati di nero. Io ero la fidanzata immaginaria di Robert Smith. Per questo, ogni mattina passavo un quarto d'ora a truccarmi gli occhi, ombretto nero ovunque, gonna lunga nera, borchie e borchiette. Capelli cotonati alle feste danzanti la sera. Rossetto rosso, un po' sbavato. Andavamo a queste serate dark, e tutti erano vestiti di nero, con i capelli  improbabilmente gonfi, con i tacchi a spillo, il latex per i più audaci. Ci sentivamo molto anticonformisti, rispetto a tutto il mondo fuori. Ascoltavamo (ma io li ascolto ancora, eh) i Cure, Siouxie and the Banshees, i Joy Division ed i Bauhaus. In quel periodo lessi Fluo, il primo libro di Isabella Santacroce. Mi ricordo di una frase scritta lì dentro,  il giorno sarà troppo impietoso con le nostre facce sconvolte dal trucco disfatto e la donna di chiesa avrà sguardi cattivi per noi che in fondo viviamo come le stelle in un mondo buio e lontano. 
Che, lasciando perdere poi la produzione letteraria successiva della Santacroce, che  non ho più amato, direi rispecchiasse esattamente come ci sentivamo.

Diversi da tutti, uguali però tra di noi. 

Insomma, una sera io decisi che mi ero davvero stancata di andare a queste serate vestita di nero. Mi misi una mini di latex rosa, una maglia mi sembra di ricordare gialla, ed un improbabile pellicciotto sintetico color viola elettrico.
Mi guardarono tutti malissimo. Cioè, ero sempre la stessa, ma ci fu chi non mi salutò, quella sera.


Prato, Febbraio 2014

Con quella serata, finì l'epoca dei miei vestiti neri, e mi votai ad una caleidoscopica e confusionaria moda, solo mia. Nel tempo poi ridefinita e aggiustata, perchè le attrici devono vestirsi bene, mi dicevano, oppure perchè ero davvero troppo eccessiva. 
Alcuni capi di vestiario non so come facessi a metterli.

Questo episodio, però mi insegnò molto sulla mia vera natura. Quando mi sento stretta in un ruolo, molto spesso decido di romperlo, e cambiare. Per questo a volte la gente pensa che io sia una volitiva, una persona di cui in fondo non ci si possa fidare, forse.

Ho sempre cercato di seguire la mia natura. Di indossare con fierezza quell'improbabile pellicciotto viola elettrico. Eppure, più si cresce e più diventa difficile.

Sentirsi diversa, sentirsi davvero anticonformista, con tutto quello che porta con sè questa consapevolezza. 
Sono la fata dei boschi, ma amo la città e perdermi nei negozietti vintage.
Sono un'erborista, parlo con le piante, ma rimango profondamente un'attrice.
Leggo saggi di psicologia, e anche l'ultimo romanzo della Harris. E poi un libro di ricette insieme a testi teatrali.
Non so disegnare, e disegno spesso.

Ogni giorno combatto una battaglia. Tra la me che si vuole a tutti i costi conformare, e quella me che invece ancora gioca libera nel vento, balla appena sveglia, inventa mondi fantastici, esce con la macchina fotografica come quando aveva 15 anni, per fare le foto a tutto quanto.


Prato, Febbraio 2014

E ogni giorno capisco sempre più che la base della felicità sta davvero nel diventare ciò che si è: essere conformi solo alla propria natura. Quanto è difficile!
Perchè tutto quello che ci è intorno ci plasma, e ci indirizza verso desideri e scelte che forse non sono dettate dalla nostra vera natura.

Una cantante, con cui ho avuto l'onore di lavorare sulla voce, disse di me che dentro avevo una Guerriera. Che sia vero, oppure no, sicuramente so che quello che faccio deve allinearsi con questo animo libero e creativo che ho dentro.

Indossare quei vestiti improbabili, specialmente alle serate dress code.


Prato, Febbraio 2014



Prato, Febbraio 2014




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venerdì, febbraio 07, 2014

Hai mangiato?



Come molti di voi sanno già, a CasaEdera non c'è la TV. E viviamo benissimo senza! Però a volte capita di guardarla, a me capita quando vado a casa di mia sorella. Ci spaparanziamo sopra il suo divano, nella sua piccola mansarda-soffitta (mia sorella vive in una casina di città deliziosa, che se non amassi così tanto il posto in cui vivo, davvero farei il cambio di casa!), e ci guardiamo qualche programma trash.
Uno di questi, che non avevo MAI visto, è Master Chef.

Inorridirete, ma io mai avevo visto questo programma e non avevo idea di che cosa fosse. Me lo hanno presentato come una gara tra cuochi, e quindi avevo anche qualche curiosità nel guardarlo. Mi piace molto tutto ciò che riguarda la cucina. Amo vedere le persone che cucinano. Credo di avere imparato ad amare le mani in pasta sin da piccola, guardando la mia nonna preparare i soffritti per i sughi meravigliosi che ancora cucina, il mio nonno che impasta le ciambelline all'Anice che vengono direttamente dalla ricetta della mia bis-nonna ciociara, la mia mamma che faceva un tiramisù paradisiaco.

Il mio amore per la cucina si è snodato nel tempo, a Bologna, nelle case che ho vissuto, mescolando le ricette calabresi con quelle triestine, o emiliane, imparando nomi di ricette, e facendo miei ingredienti e spezie, calore dei fornelli e chiacchiere, cenette a lume di candela e tavolate di almeno 6 persone per volta.

Credo che, oltre al cammino spirituale, anche la cucina mi abbia spinta agli studi erboristici: amo annusare le erbe, raccoglierle, pulirle, cucinarle... la cucina permea la mia vita.

Amo ancora osservare mia nonna che tira la sfoglia, la mia amica Irene che cucina con una maestria incredibile, Andrea che con tre ingredienti tira fuori dei manicaretti deliziosi, la mia Polly che cucina le orecchiette con le cime di rapa e taglia le verdure come lei nessuno mai, insomma...se non mescolassi tutti i giorni pasta di sapone, erbe e cera per candele, sicuramente i miei pentoloni non sarebbero vuoti!

Con questo stato d'animo e questa curiosità mi sono messa a vedere questo famoso MasterChef.
Per rendermi conto, dopo appena dieci minuti, che qui di tutto si parla fuorchè di cucina.
Viene messa in risalto la competizione, le strategie, e questo atteggiamento post-postmoderno fatto di disprezzo, ansia, supponenza e fastidio.
Ma qui non si parla di cibo! Si vedono questi sciagurati, aspiranti cuochi, che corrono da una parte all'altra per cucinare in un tempo brevissimo piatti super elaborati.
Speravo, comunque, di perdermi tra le immagini di frutta e verdura ben affettata, imparare trucchi del mestiere, che ne so, godere del lento sobbollire delle pentole, o delle presentazioni dei piatti.
Niente di tutto questo. 

Cioè, il cibo quasi non si vede.

Il tempo di presentare un piattuccio di novelle cousine allo chef di turno, che ci sputazzerà sopra qualche cattiveria.
I piatti inquadrati non hanno calore, non hanno profumo, non hanno colore.
Sono...invisibili.

Ho pensato per tutto il tempo a quella struggente e vera frase di Alda Merini  Elsa Morante (grazie Margherita per la correzione!):

LA FRASE D'AMORE PIÙ VERA, L'UNICA È: "HAI MANGIATO?" 



Ecco. Lì le cose non vengono nemmeno mangiate. Vengono assaggiate con sufficienza, votate con arroganza, cucinate senza amore.
La mancanza di amore è evidente in ogni singolo minuto di questo programma.

E questa mi sembra anche una sintesi di quello che oggi è il cibo, per la maggior parte dei media.
qualcosa da usare come pretesto per mostrare le persone che gareggiano, che litigano, che si odiano. Che vogliono vincere.

Nei tempi televisivi, e a volte mi sembra anche nei tempi delle nostre giornate, non c'è tempo per aspettare. Aspettare che la crema solidifichi, che il sugo sia pronto, che il vino evapori con calma, con i suoi tempi. Che il pane lieviti, che la torta sia fredda per toglierla dallo stampo.
O che un desiderio diventi realtà.

MasterChef è la sintesi di tutto questo. Vince il migliore, il più furbo, il più arrogante, il più veloce. Quando la cucina è pazienza, tempo, amore. Tutto il contrario, praticamente.

Nella mia famiglia, e per famiglia intendo sia quella di origine, che quella composta dai miei amici, il cibo è un atto di amore, un modo per passare insieme del tempo, è un modo per dimostrare quanto bene ci si vuole.

Quando cucino per il mio amore, per i miei amici, per mia sorella, io lo faccio con amore. E non è una frase fatta. Dentro a quello che faccio, insieme alle spezie che profumano, alle verdure che si cuociono piano piano, agli odori ed ai sapori, io ci metto pazienza e amore.

Impasto il pane, faccio i biscotti. Preparo una torta salata per la cena, oppure una crema di carote alla maniera cilena (e Polly e Julie sanno che cosa vuol dire quella crema di carote: è la bandiera delle nostre serate bolognesi, fatte di chiacchiere tra sorelle). E dentro ci metto anche l'amore. 

Come dice Tita in "Come l'Acqua per il Cioccolato", che mi sono dovuta riguardare qualche sera dopo MasterChef:

Il segreto sta nell'amore che ci metti.



il mio pane di questa settimana, lievitato con la nostra Pasta Madre



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mercoledì, gennaio 29, 2014

Vivere qui


Fuori sta nevicando. La prima neve vera, quella di gennaio. Così vicino alla Candelora, alla festa del nido, della gestazione, della luce interiore. Ed anche della scintilla dell'arte, della passione che accende l'animo. Ho preparato il mio altare per la Candelora, ornandolo di bacche rosse di Cotonastro, bulbi di Giacinto, e un'immagine di Maria con il Bambino in braccio.

La Dea ci parla attraverso molte voci: così mi dice anche Clarissa Pinkola Estes dal suo vibrante libro, che mi sono trovata tra le mani il giorno del mio compleanno, e che voglio prendere come regalo che mia mamma, da chissà dove sarà adesso, vuole farmi, lei che aveva un rapporto speciale con quello che era spirituale. Il libro è Forte è la Donna: io ho letto le prime venti pagine, ed il suo potere colmo di colore ed emozione ha già toccato il mio cuore.


una mia foto di qualche anno fa, fatta dalla mia Polly

La prima neve dell'anno ci fa sempre riflettere su quanto sia diverso vivere qui. Non posso dire che sia meglio stare qui, oppure che fosse meglio vivere in una grande città come Bologna. Quello che so è che quando, come in queste sere, vado a Firenze a teatro, oppure passo da Prato al ristorante indiano, resto incantata da  tutte le sfaccettature della città. Mi piace osservare le persone, immaginare le loro storie. Curiosare dentro i negozietti vintage, raccogliere inviti e cartoline per programmi futuri.

Vivere qui significa che a volte devi rimandare incontri importanti, a cui tieni tanto, perchè nevica. 
Vuol dire anche pensare bene a come fare la spesa, cosa comprare, per non rimanere senza quello che potrebbe servire. Portare la legna in casa, e la macchina in fondo al paese, per evitare di rimanere bloccata. Significa lavorare da sola, immersa nella natura, si, ma senza una collega con cui scambiare due parole per la pausa caffè (anche se la mia insostituibile collega, anche se lontana, è sempre presente grazie ad internet). 


tè e caffè a casa di una cara amica, in città

Vivere qui vuol dire anche uscire di casa, passeggiare da sola nel bosco, raccogliere pigne e farne arte improvvisa. Vuol dire trovarsi con una tazza di tè verde fumante, accanto alla stufa, a rileggere vecchie poesie di mia madre-ed immaginare un progetto artistico che le coinvolgerà. Significa tornare a casa con il mio amore, a mezzanotte, alzare gli occhi e rimanere a bocca aperta, sotto un cielo limpidissimo, riempito di stelle come le clessidre con la loro sabbia.

il mio cerchio Imprevisto

Oppure, raccogliere la Salvia nell'orto, prima della gelata, e farne degli incensi naturali, per profumare la casa e scacciare le energie che ristagnano. Ecco come ho fatto :)

Piccolo tutorial per aspiranti fate dei boschi

1. Raccogliete Salvia, ma anche Lavanda, Timo, Iperico, Verbena, Cedro, Rosmarino. Prendete dei rametti, tanti quanti ve ne serviranno.

2. Intrecciate uno spago insieme a qualche tralcio di erba. Formate delle piccole bacchette magiche fatte di foglioline profumate e scacciaguai!

3. Avvolgetele in carta gialla, e ponetele in un luogo asciutto e calduccino, ad essiccare. Io poi le ho messe in un cestino vicino alla stufa.

4. Quando saranno essiccate, potete accenderle e passare in ogni stanza della vostra casa, spargendo il fumo aromatico ovunque. Attenzione a non far cadere tizzoni, spegnete la fiamma e lasciate solo che l'erba arda lentamente, sprigionando fumo profumato.

ecco come fare :)

In conclusione, che cosa significa vivere qui? Lo scopro ogni giorno di più. Dopo sei anni, questa scelta di vivere in una dimensione rurale la sento ancora mia. Anche se ho bisogno di mescolarla con gite in città, cinema, teatro, progetti, foto, e così via. Ma continuo sempre a ritenermi molto fortunata, perchè ho la città vicina, anche se non è una grande città. E dormire a fianco del bosco, svegliarmi con la luce del sole diritta in casa, che filtra dai rami dei castagni, non potrei davvero più farne a meno.

Vivere qui mi insegna, ogni giorno, di quanto sia importante anche godersi il momento, Rallentare. Respirare. Passare mezz'ora nel bosco, osservare le foglie cadute, e trovare in quello che sembra sempre il solito paesaggio, ogni giorno qualcosa di diverso. La ritualità dei gesti quotidiani, e la possibilità di vivere dentro al ritmo naturale. A volte è difficile. Ma quanto è prezioso.




domenica, gennaio 12, 2014

Un pò meno, un pò dopo


Lo so, ho scritto appena ieri.
Ma oggi ho avuto una rivelazione, troppo importante per non essere appuntata, e per non essere condivisa con voi. Vorrà dire che inizierete la settimana con un nuovo spunto, spero utile a molte di voi che mi leggono. E che ringrazio dal profondo del cuore, perchè se io oggi ho capito tutto questo di me, è anche grazie a voi.



Il Mare mi ha chiarito le idee. Completamente. Non so se quello che ho vissuto oggi sia una illuminazione, oppure se il seme di questa consapevolezza è in me da un anno, ed ha trovato solo oggi la possibilità di sbocciare. Io e Andrea  abbiamo fatto una passeggiata al mare. E tra conchiglie portate sulla spiaggia, piccole coppe per goccioline di mare, legni levigati e bianchissimi, cuccioli di cane che si rincorrevano, e la grana sottile della sabbia, che disegna ombre e luci lunari sotto al sole  d’inverno, io ho capito.


Ho capito che, per prima cosa, nella vita ho già commesso l’errore che sto commettendo anche adesso. Quello di rivestire delle maschere molto conformiste, di fronte al mio anticonformismo selvaggio. Ho già fatto questa cosa, quando ho deciso di abbandonare il Teatro per gli studi da erborista, quando ho deciso di essere una ragazza modello, nella casa in montagna, abbandonando velleità artistiche. Già, nella mia vita, mi sono trovata a fuggire ed a nascondermi nei panni della donna saggia, della ragazza per bene, di quella che ha messo la testa a posto. L’ho fatto per comodità, forse, o almeno così mi sono sempre detta. L’ho fatto per un preciso senso del dovere, dettato chissà da che cosa. Un senso del dovere che mi dice di fare la ragazza tranquilla, di non essere eccessiva, e soprattutto di non perdere tempo nel teatro, in ciò che è arte in genere, ed anzi, se proprio devo, che almeno quello che produco sia utile.




Ho sempre dato la colpa del mio abbandono delle scene professionali a vari spiacevoli accadimenti collegati a quel periodo teatrale. Ma In effetti, se vado a vedere per benino che cosa è accaduto dentro di me, io adesso posso dire con piena sicurezza che, signori e signore, io ho sempre avuto una grandissima paura della mia parte creativa.

Eccola qua, la verità.
Io ho sempre cercato di incanalare questa parte creativa o in qualcosa di utile, come il sapone, le candele o l’uncinetto visto come strumento per creare abbigliamento vario, senza osare qualcosa di davvero mio. Senza osare qualcosa di veramente creativo. Senza andare ad esplorare la mia creatività, quella profonda, legata proprio a me stessa.
Tutte le volte che, nella mia vita mi sono trovata pronta a spiccare il volo per una vera ricerca creativa, io mi sono tirata indietro. Andandomi a nascondere prima nei panni della ragazza modello, e adesso in quelli della mamma a tutti i costi.
Eh già, ovviamente si arriva a questo. Ma fronteggiamo davvero il discorso, forse per la prima volta.
Ho desiderio di un figlio. Questo è vero ed è innegabile. Un figlio mio e del mio amore, la fusione perfetta di noi due, etcetera etcetera. Ma: ne ho anche paura. Ho paura di dover dedicare tutta la mia vita a questo esserino così fragile e così dipendente dalla sua mamma. 
E soprattutto: non è il mio desiderio principale. Non lo è!!! Lo è diventato perché il senso del dovere e la fuga dalla fonte della mia creatività mi spingono a rivestire questo ruolo.


E così facendo non mi rendo conto che per avere un figlio ci vuole prima il desiderio di questo, poi la costruzione di sogni e complicità con il proprio uomo relativamente a questa anima che arriverà. Io mi sono precipitata nel ruolo della donna-che-vuole-essere-mamma senza nemmeno dare spazio, tempo e vuoto necessario a questa idea di crescere piano piano.
Il mio amico Ettore tempo fa mi disse una grande verità “I cinesi hanno un detto che recita così – un po’ meno, un po’ dopo”. Ecco. Io in questo anno ho avuto il terrore di quell’ un po’, non sapendo come gestirlo.
Rivestendo il ruolo della mamma-a-tutti-i-costi, come un piccolo carrarmato ho puntato solo all’obiettivo finale, senza dare abbastanza spazio a questa idea di formarsi da sola, con tutti gli ingredienti giusti.

Inoltre, ho avuto una grandissima paura di essere anticonformista. Nonostante la mia natura Selvaggia, in questo caso, spaventata dal sentiero nel quale poteva trascinarmi tutta la creatività risvegliata dell’incontro con il mio amore, e dalle possibilità di esplorare davvero la mia capacità creativa, mi sono imposta da sola il ruolo della “mammina”.

Ma perché????????

E soprattutto: non è necessario! I figli sono un dono, e sarà bellissimo averne, ma voglio che mi capitino come accade per le stelle cadenti, una scia luminosa e improvvisa, che rischiara il cielo. Voglio che mio figlio abbia due genitori innamorati e complici, ed una mamma che non ha paura di creare quello che lei stessa è. Altrimenti, come posso creare la vita, se prima non imparo a gestire ed assaporare la mia vena davvero creativa, davvero artistica?

Senza fuggire di fronte alle possibilità, senza voltare le spalle a quello che può venire dalle mie profondità. Senza relegare me stessa in un ruolo troppo anni Cinquanta, troppo poco Selvatico, per niente magico.


Mi sono chiesta dove io sia finita, per questo lungo anno, passato a contare i giorni dell’ovulazione, i fantasintomi di cicogna in arrivo, a prendere le temperatura basali, a fare grafici e a fare stick peggio che in un laboratorio di analisi.

Io sono pronta ad esplorare quella che sono davvero, ed a liberare la capacità creativa che risiede in me. Pronta a creare arte inutile, a scrivere sulla mia pelle e poi a fare foto, a dipingere la stoffa, a recitare di nuovo, completamente, senza riserve.

Sono pronta a ricontattare la mia parte magica, lunare, fatta di stelle e di sole, fatta di foglie e fiori e nepetella appena raccolta.

Sono pronta a ritagliare, ad incollare, ad uncinettare tutto quello che di inutile può esserci.
E soprattutto, non so dove tutto questo mi porterà. Ma sono sicura che mi porterà in un posto fertile, in un posto che guarisce, in un posto pieno di possibilità.

Mi sento finalmente libera, libera da questo ruolo autoindotto di madre. 
Sai che c’è: non sono ancora pronta.
Anzi, lo sono, ma un po’ meno, un po’ dopo.



 (le foto sono state scattate tra Torre del Lago Puccini e Lago di Massacciuccoli. Posto magico, sospeso tra un'ala di nostalgia ed una piccola baia di pace).

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sabato, gennaio 11, 2014

Questioni di Stile


La domanda che mi ronza in testa oggi è: Qual è la tua creatività?
Qual è il mio modo migliore di esprimermi, di farmi da tramite di idee, pensieri, opere?
 Sono convinta che il mio linguaggio principale sia legato al Teatro. Di questa convinzione, che a tratti mi spaventa e a tratti mi attrae, ormai ho conoscenza.
La maggior parte della mia prima giovinezza è stata dedicata completamente a questa Arte. Prima la Scuola di Teatro, poi il lavoro da professionista. Poi è successo qualcosa, che mi ha fatta cambiare, piano piano.
La consapevolezza in me di un'altra anima, più stabile, più legata alla terra e alla natura.
Così ho iniziato lo studio delle Erbe, l'università, il lavoro in negozio, la mia vita in decrescita.

Molti sono stati i fattori che mi hanno spinta ad allontanarmi dalla città, con tutti i suoi stimoli e la sua vita, che pulsa nelle strade, nei vicoli, dalle vetrine dei negozi, nelle mostre, nei cinema, negli occhi delle persone.

Mi sono ritrovata in una dimensione agreste, bellissima, con il letto che è allo stesso livello degli alberi fuori dalla finestra, come se dormissi tra le foglie. La meraviglia di avere uno spazio verde molto grande, un orto tutto per me. Il tempo da dedicare al pane, alle conserve, alla stufa, ai nostri cani. Tutto molto bello ed appagante.

Eppure, mi sento formata da due anime. Una molto rock'n roll, artista, creativa, che sta benissimo in città. Che ama andare al cinema, a teatro, a vedere una mostra ma anche semlicemnte passeggiare per le vie del centro di una città vera, osservando i dettagli dei muri, dei negozi, dei colori, dei vestiti dei passanti. Che ama fare fotografie, sperimentare piccole installazioni fatte di foglie, sassolini portati da chissà dove, piccole briciole di Natura all'interno della città. un'anima Pollicina per quanto riguarda tutto ciò che è colore, movimento, stile.

L'altra è invece una sapiente conoscitrice di erbe  e piante, ed ama creare saponi, candele, mescolare nei pentoloni olii e burri profumati, uscire nell'aria frizzantina della montagna,  sbriciolare la Terra con le mani, trapiantare le piantine, raccogliere i pomodori carichi di sole. Annusare i mille profumi delle Erbe Selvatiche, raccogliere castagne e foglie rosse, svegliarsi nella neve bianca in inverno.
Benedico ogni giorno la possibilità di vivere così, meravigliosamente Selvatica.

In tutto questo panorama, c'è poi il pensiero della creatività biologica, il fantasticare su un figlio che non arriva, il seguire le onde ed i cicli della mia natura femminile, che ogni mese mi insegna che non è ancora il momento giusto, che evidentemente prima di questo devo creare ancora altro, nuove idee devono prendere forma, che appunto non si possono forzare gli eventi.

Che se continuo a riempire questa "casellina" con troppe aspettative, con troppo desiderio, con troppa veemenza, sarà sempre così piena da non lasciare spazio ad una nuova anima.

In tutto questo, vorrei sapere come fare per conciliare le mie due anime. Sono una Selvatica affascinata dalla città, una Attrice che recita con i fiori, una Fotografa che non sa di esserlo. Sono così preoccupata di quello che ho intorno a me, della aspettative degli altri, della dimensione provinciale nella quale vivo, che mi dimentico che accanto ho un uomo meraviglioso, un artista vero, un creativo che mi nutre e mi fertilizza, se solo fossi più rilassata, meno rigida.

Voglio utilizzare le energie di questo nuovo ciclo per focalizzare la mia creatività davvero, smettendola di bloccarla, di censurarla, di farla stare zitta perchè fondamentalmente non mi sento abbastanza.

Da una parte, non mi sento abbastanza brava. Sono perfezionista, specie per quanto riguarda tutto quello che creo. Dall'altra, sono assolutamente convinta di non essere all'altezza.
Che quello che faccio non è interessante. Oppure, ancora peggio, che per avere una vita tranquilla, normale, nei ranghi, è meglio non fare niente.

Anche questo accade, nel fantastico dialogo tra le mie tendenze creative. C'è quella part di me che dice che devo mettere da parte tutto quello che riguarda l'essere creativa, che quando si cresce si smettono i sogni e si guarda alla realtà delle cose, senza perdere tempo. Che dovrei davvero diventare una donnina di casa, e finirla con tutti questi grilli per la testa.

Ecco, c'è anche questa parte qui.

Scrivo tutto questo perchè sicuramente c'è chi si sente come me. Mi piacerebbe conoscere le storie di donne creative, e realizzate pienamente, che hanno trovato la loro strada. Donne con figli, o senza, che non hanno fatto della maternità l'unica ragione di vita, di femminilità e di creazione. Sapere come avete fatto, sorelle e amiche.

Io intanto farò fotografie in città e sopra ci disegnerò fiori, ne farò nei boschi e sopra scriverà slogan pubblicitari che trovo in città.  Farò il sapone mescolando i miei calderoni, con Erbe e Piante magiche, ma la sera metterò smalto rosso e andrò a Teatro con il mio amore. Dipingerò una nuova serie di vestiti assurdi e colorati, e li indosserò per correre nei campi. E poi raccoglierò fiori e foglie, ne farò piccoli quadri da appendere in giro per la mia città. E con l'uncinetto, ancora, dipingerò e navigherò sotto l'acqua e dentro agli alberi.



Stanotte ho sognato che ero nel Giardino dei Tarocchi, di cui una foto qui sopra, che ho scattato questa estate. Ero nella casa dove ha vissuto Niki, dentro l'Imperatrice. Vivevo lì, in una casa colorata, piena di pitture, tubetti di colore, ritagli, frammenti. Ho ripercorso, in sogno, tutto quel meraviglioso giardino, me ne sono sentita parte integrante, viva.


domenica, gennaio 05, 2014

Pomeriggio di Pioggia


Quando la pioggia ci coglie sul finire delle vacanze natalizie, tra una lucina di Natale che ormai è da riporre per il prossimo anno, e un nuovo calendario da appendere al muro della cucina, lì vicino all'Edera, potremmo essere travolti danna noia e dal malumore.

Noi ieri abbiamo deciso di sfidare il maltempo, e abbiamo anche rinunciato ad un pomeriggio nella mia cara Bologna: la nebbia ed il maltempo ci hanno fatto desistere. Abbiamo deciso di fare un giretto per Pistoia, la nostra città, senza aspettative nè programmi.

A volte le cose non programmate ti stupiscono; così ti trovi in biblioteca, di sabato pomeriggio, a sfogliare libri e riviste, e ti imbatti in una mostra di un'artista pistoiese, Cristina Palandri. Siamo usciti da lì con tre film, tra cui quello di Jane Campion dedicato a Keats, che voglio vedere da un pò di tempo, e due libri molto utili. Uno è il libro sulla composizione dei profumi e delle essenze delle autrici de "Il mio Sapone", un libro che mi servirà moltissimo. L'altro è un piccolo libricino, "Trattato di Culinaria per donne tristi", di Hector Abad Faciolince. Mi ha subito catturata, e sono sicura che sarà una gradevole lettura.

Uscendo da lì, ci siamo imbattuti nella mostra di Chiavacci, a Palazzo Fabroni, con la conseguente collezione permanente. Non l'avevo mai vista: ci sono opere interessanti, specie quelle di Chiari e Melani. Ho scoperto poi che a Pistoia esiste la sua casa-studio, la nostra prossima visita sarà sicuramente lì.

visione subliminale da Palazzo Fabroni della Chiesa di Sant'Andrea

Oggi è tornato un timido solicino: ne ho approfittato per uscire, e fare qualche foto.
Mi perdo nelle forme, nei colori della natura che mi circonda. Ogni cosa è un'installazione visiva, le sfumature mi rapiscono, mi specchio nella rugiada che riveste le bacche appena sveglie, baciate dai raggi del sole invernale.






Credo che la pioggia, come la noia, possa essere uno stimolo per farci trovare nuove strade e nuove risorse.

Nei pomeriggi di pioggia fitta e incessante, se l'amato è lontano e il peso invisibile dalla sua assenza ti angoscia, taglierai dal tuo giardino ventotto foglie nuove di cedronella e le metterai sul fuoco, con u litro di acqua, in infusione. Appena bolle l'acqua lascia che il vapore bagni i polpastrelli delle tua dita e mescolale tre volte con un cucchiaio di legno. Toglila dal fuoco e lasciala riposare per due minuti. Non mettere zucchero, bevila a sorso, di spalle al pomeriggio, in una tazza bianca. Se a metà del litro non noti un certo sollievo dietro lo sterno, scaldala di nuovo e aggiungi due cucchiai di zucchero di canna. Se alla fine del pomeriggio l'angoscia persiste, puoi stare sicura che lui non tornerà. O tornerà un altro pomeriggio e molto cambiato.
(Trattato di culinaria per donne tristi, H.A.Faciolince)


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domenica, dicembre 29, 2013

Controtendenze


Lo so, non va di moda dire che il Natale è una festa che piace. Quasi tutti si lamentano del Natale: per la corsa al consumismo, per i parenti serpenti, per i cenoni che ingrassano e i portafogli che dimagriscono.

Io sono in controtendenza: amo il Natale. Amo il periodo di Yule, così scintillante. Gli Alberi di Natale li ho amati da sempre, da quando ero bambina. L'Abete è uno dei miei alberi preferiti: profumato, rassicurante, geometrico. Ricco di sorprese. E con le lucine di Natale, poi, diventa davvero regale.

Amo fare l'alberello, e riempire la nostra casina-nido di candele accese. Quest'anno poi devo davvero ringraziare tutti i clienti di Aromantiche, che ci hanno fatto molti ordini, e che hanno scelto di regalare qualcosa fatto con amore e passione.

Mi piacciono i pomeriggi passati a chiacchierare con i parenti: con chi non vedi quasi ma perchè vive lontano, con chi vive vicino ma non riesci a vedere a causa del solito tran tran quotidiano.
La piccola nipotina di Andrea è stata meravigliosa: mi ha illustrato tutti i suoi giocattoli, mi ha fatto parlare al telefono con PeppaPig che chiamava da Parigi, mi ha sciolto il cuore con la sua dolcezza.


Mi piacciono i piccoli doni di Natale, scelti con cura. Come questo portacandeline, pensato per me dalla mia Syl, che rivela un Albero di Luce.
Oppure come questo bellissimo libro, che mi ha regalato mio padre.





Questo libro è stata una sorpresa molto gradita. Mio padre ha scelto, tra i millemila libri dedicati al riconoscimento ed alla cucina delle piante spontanee, proprio quello che desideravo da mesi. Come ha fatto? A volte  mi stupisce proprio!

Casa Edera si è arricchita anche del primo sciogli-cera scalda-sapone professionale. Grazie al mio amore, il primo mattoncino per un vero laboratorio è stato messo. Evviva!

Qualche settimana fa ho ricevuto anche il pacchettino del mug swap indetto da Daniela: davvero una delizia, e la tazza è diventata subito la mia preferita. Grazie Alessandra!



In questi giorni di riposo, dopo il super lavoro di dicembre, raccolgo le energie e la mia mente elabora nuove idee e nuovi progetti. Mi sento davvero in un momento molto fertile. Come la terra scura che accoglie il seme, e che non fa altro che stare.

La semplicità, la leggerezza, il riposo e l'inventiva permeano queste giornate.

Uno smalto rosso, regalo subito amato, che rallegra le mie mani sempre attive. Ho ricominciato anche a mettermi il rossetto: non è mai stata una mia abitudine, ma in questo periodo ho bisogno di ricordarmi della forza e della bellezza del Rosso.



"Bisogna prendere tempo, ritirarsi e nutrirsi, rigenerarsi prima che la creatività possa ricominciare. Assicurarsi che si sta arricchendo noi stessi e nutrire la propria luce. Pensate a che cosa questo significa per voi e come potete nutrire il vostro 'brillare'.

Pensa a te stessa come una pianta che cresce. dal seme spuntano splendide fioriture quando si ha l'energia per farlo. Quanto più vi alimentate meno energia consumate nella crescita. Se in qualsiasi momento la tua crescita richiede troppo sforzo, cerca di trovare il nutrimento necessario.

Se una pianta non riposa e non ricevere nutrimento dopo la fioritura, la prossima fioritura sarà piccola o appassita. Questa è vostra responsabilità. Il fiume della vita vi porterà in molti posti, ma è necessario nutrirsi lungo la strada. Non aspettatevi di essere, creative e produttive per tutto il tempo. Questo non è naturale, e non supporta la crescita sana.

Ricordate la natura dell'anima umana è quello di nutrire la terra. È necessario imparare che la tua luce ha bisogno di essere alimentata e sostenuta, in modo da poter essere un custode della terra.

Sandra Ingerman -Medicina per la Terra"


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giovedì, dicembre 05, 2013

Fertilità Creativa


Il mondo intorno a me è Incinto. E a volte la mente torna a quella solita domanda, perchè io no?
Come promesso, non starò qui a tirare fuori il mio dolore, la sensazione di vuoto, il sentimento di rabbia e ingiustizia verso il mondo che mi pervade a volte.
Non c'è solo quello. Non siamo solo quello.

Forse sbaglio nel parlare di queste tematiche, dovrei affrontare la cosa con più leggerezza, oppure applicare il caro vecchio non ci pensare. Mi rendo conto però che da quando parlo di questa problematica apertamente, tutto ha assunto una sfumatura più sopportabile, più dolce, e anche piena di possibilità.

In questi giorni molte cose hanno accompagnato il mio sentiero di consapevolezza femminile, la mia riconnessione con l'energia del mio corpo, con il potere che sprigiona, con la fisicità.

Le elenco, nella speranza che chi è in Cerca possa trovare spunti, riflessioni, piccole medicine per stare meglio:

- la Tenda Rossa, bellissima iniziativa e percorso di scoperta per ogni donna. Questo mese allestirò anche io la mia piccola tenda rossa, il mio angolo. Quando arriveranno le mestruazioni (perchè arriveranno, non voglio farmi illusioni) le accoglierò come qualcosa di sacro, di potente, di fertilizzante. Il Sangue è la nostra forza, è la nostra parte oscura. E' una magia che ogni mese si rinnova, consentendo di liberare il nostro corpo da tossine e impurità, e ci porta comunque la possibilità di rimanere incinte.

- un libro che ti capita per caso tra le mani in biblioteca. Davvero per caso, era negli scaffali dove espongono i libri appena rientrati. Parlo di questo libro, che già dalle prime pagine mi apre mondi e sopratutto mi fa sentire accolta.

- un pensiero che mi ha mandato la mia Sorella di Anima e collega. Parole tratte da un libro, parole molto sagge, di cui vi riporto solo uno stralcio. Che però leniscono il dolore e mi fanno molto riflettere.

Fondamentalmente, se pensate ad un figlio chiedetevi "se vi sentite incomplete, se vi manca qualcosa di fondamentale..." e chiedetevi anche se vorreste realizzare qualcosa riguardo il vostro lavoro, la vostra parte creativa.
Probabilmente scoprirete che il vostro reale desiderio e' la seconda opzione, che viene "soffocata" dalla prima per non guardare alla propria indipendenza, alle proprie lacune da colmare, alle esperienze a cui non si e' prestato attenzione in passato o semplicemente che non sono state sufficientemente alimentate.
Molto spesso e' cosi'.

Per questo si dice anche che per una donna "partorire se stessa" e' il piu' grande atto di amore, completezza, onestà verso la propria preziosa essenza .

- un mercatino di Natale molto beni riuscito, organizzato dall'Associazione Amaltea in un posto assai interessante, il Tribeca Factory, a Prato.









Forse grazie alle vendite che sono andate benissimo, devo dire che nonostante il mercato fosse rivolto ad un pubblico di genitori con bambini, e nonostante ci fossero centinaia di famiglie con figlioletti al seguito, non mi sono davvero mai sentita da meno. Anzi, mi sono messa a fantasticare sui viaggetti che possiamo farci io e Andrea finchè siamo in due :)

- Le parole della mia Polly: pensa che sei libera, libera di fare figli. Ma soprattutto che sei libera.
Questo è un grande aiuto, per me. Questo pensiero, dico. Sentirmi libera è fondamentale, e in effetti dovrei godermi questa libertà, questa pre-maternità senza imprigionarmi nel pensiero ossessivo della ricerca di una gravidanza. Vivere, uscire, lavorare, godersi il sole d'inverno. Mettere i baccelli di vaniglia nell'olio, per farne oleoliti profumati. Trovarsi la casa che profuma di Cannella, grazie ai saponi e alle candele che sono a stagionare. Fare giratine con i cani. Raccogliere ghiande.

Insomma: stare nelle cose. Stare nel presente.

Tutto questo mi porta una sensazione bellissima di fertilità, di creazione. Ho delle nuove idee per dei saponi. Voglio usare il mio uncinetto non solo per intrecciare guanti e cappelli, come sto facendo adesso, ma anche per lasciarmi guidare dalla natura, dai colori e dalle forme che vedo, per riportarle poi in una scultura tridimensionale, soffice, erbacea e legata anche ai profumi e ai saponi.

- Per ultimo: tempo fa mi sono messa a fare le tagliatelle. Sono venute perfette! Eccole qua.



Il fare, comunque, distoglie dai pensieri. Quando vi prende male, e vi sembra di precipitare nell'abisso del perchè io no?, vi consiglio di impastare.
Una torta, come la fantastica torta di mele di Giulia, un pane per il giorno dopo, dei biscotti a forma di stella.
Fare, impastare, aspettare, lievitare, cuocere.

Questo antico rituale calma il dolore, magari accompagnato da una tazza di tè verde con zucchero alla mela.


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lunedì, novembre 04, 2013

Conci(A)miamoci!



Ogni giro di Ruota porta con sè riflessioni profonde. Samhain è passato, quest'anno i compagnia di un'amica ri-trovata, di una teglia di patate e mele, stufa accesa e chiacchiere. Il mio rituale è stato semplice, diretto. Ricordare le proprie radici, le proprie Antenate. Le donne che, prima di me, sono state Madri e mi hanno concesso di essere donna e figlia. Le donne della mia famiglia, donne forti, originali, profonde. Ho liberato le mie paure bruciandole con il fuoco. E desiderato intensamente, sognando ad occhi aperti.

Questi giorni di vacanza sono stati riempiti da stimoli magici e creativi: la fantastica Mostra a Palazzo Strozzi a Firenze, sull'avanguardia Russa. Se ne avete l'occasione andate a visitarla, io e Andrea ci siamo incantati in quelle stanze, sospesi tra Russia e Oriente, tra magia e realtà. Gli uomini-radice, i manufatti siberiani, la civetta come protezione. Davvero imperdibile.


Immersi come eravamo nelle atmosfere russe, non ci siamo persi Zio Vanja a teatro, con la regia di Bellocchio. Cechov è sempre Cechov, forse il mio preferito quando si tratta di testi teatrali, sia da vedere che da interpretare. 

Ho amato questi giorni passati in giro, assorbendo Arte da ogni poro della pelle. Il momento prima che inizi uno spettacolo in teatro, quel momento di buio in cui tutti, sia gli attori che il pubblico, trattengono il respiro, come prima di un tuffo. La bellezza delle opere russe, il portarmi a casa, dentro di me, la forza e la magia della Donna con Serpenti di Kalmakov. Fare le carte di notte, nella notte del 31 Ottobre, interrogare gli Arcani e ritrovare sempre, come ogni volta, pezzettini di me.


Sul comodino ho un Libro sui Tarocchi, sento il bisogno di dedicarmi di nuovo allo studio delle mantiche. E' uno studio che non si interrompe mai, davvero simile ad un cammino, un cammino iniziatico. Non si conclude, ma va sempre un pochino più avanti, dentro di noi.

Cerco di fare chiarezza dentro di me. Non voglio più, in questo anno che viene, essere così addolorata e sentirmi così vuota per la mia attesa e -per ora- inarrivata gravidanza.
Voglio anche rompere i tabù, e parlarne; sembra che il desiderare un figlio sa ancora un argomento difficile di cui parlare, come sei il desiderarlo troppo impedisse la sua venuta, un pò come il famosissimo "non pensarci, vedrai che accade" che mi viene ripetuto ad ogni piè sospinto.

So benissimo che c'è del vero anche in questa frase, in questa tendenza popolare. Bisogna pensarci di meno, forse anche per lasciare spazio affinchè il miracolo della vita si compia. Lasciare che le cose avvegano spontaneamente.
Proprio per questo ho buttato, insieme alle ceneri di samhain e alle mie paure, gli stick per l'ovulazione, il termometro per la temperatura basale, i grafici e le statistiche.

Mi sono stufata, davvero, Questo figlio io quasi quasi non lo desidero più. O meglio, lo desidero ma non lo voglio più cercare. Che, davvero, altrimenti mi rovino la vita, la mia e di quelli che mi sono accanto.

Per adesso vivo, e creo attraverso la mia arte. Vado al cinema, a teatro, a vedere mostre e a fare fotografie nel bosco anche quando fuori tira vento. Vivo senza paura, con le radici nella mia terra morbida e fresca di Autunno. 

Forse per fare un figlio bisogna fertilizzarsi bene, come si fa con l'orto. Il mio concime è fatto di:

arte sciamanica da vedere, annusare, godere e praticare
ricettine afrodisiache e sperimentali
spignattamenti di autoproduzione, insieme al mio lavoro di Saponaia che mi sta dando grandi soddisfazioni
teatro fatto dalle amiche, da chi conosco e da chi non ho mai visto. E un piccolo sogno, quello di tornare in scena
tango, danza libera e sognante insieme alla mia maestra di danza, che sta diventando un'amica speciale
le manine della mia nipotina meravigliosa, figlia della mia Syl
mani nella terra, tra le foglie di autunno, nel bosco, nel mio orto

Vedremo che cosa nasce. E speriamo che sia Femmina! ;)

Le foto di questo post sono state scattate prima di Samhain, vicino casa.


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martedì, ottobre 15, 2013

(Alcune) Cose di Autunno



Ve l'ho già detto, vero, che l'Autunno è la mia stagione preferita?
e continua ad esserlo. Scendo dalla mia macchinina, in un tramonto infuocato, reso ancor più rosso e arancio dalle foglie della vite  del  giardino vicino.
Vado nell'orto, finisco di togliere i pomodori ormai sfiniti. Ho raccolto almeno 6 chili di pomodori verdi, con i quali ho fatto i pomodori verdi in barattolo. Li avevo già fatti anni fa, ci vuole un po' di pazienza ma il risultato merita!



La pioggia mi regala momenti di poesia, passeggiando per la città. Cuori improvvisi, disegnati sul selciato da gocce d'acqua innamorate.



Amo la pioggia, anche quando piove forte come ieri sera, mentre andavo verso una cenetta con le amiche e colleghe dell'Associazione, mi piace questo piccolo e appena nato rituale, vedersi per la riunione ma a cena, in modo da chiacchierare e mangiare insieme.



Poi ci sono le mele dell'albero vicino a casa, un Melo selvatico che cresce spavaldo al bordo della strada. Mi ci avvicino, ci parlo, lo ascolto. Parla di bellezza, armonia, equilibrio. Come l'Equinozio di Autunno appena passato. Raccolgo le sue piccole meline e le metto sul nostro altare, per ricordarmi sempre della Stella nascosta nel ventre delle cose.



...e la bietolina dell'orto, raccolta stasera insieme alla Calendula per cena. Ne ho fatto un tortino con le patate bianche di quassù. Mentre la raccoglievo ho lasciato sulle foglie due piccole lumachine, anche loro stasera per cena mangeranno bietoline :)



La sera, dopo aver acceso la stufa a legna, ci guardiamo un filmetto e io lavoro con il mio uncinetto di legno, corro su e giù sui punti, adesso sto facendo un paio di scarpine fatate.

Intanto, mi preparo per la presentazione del Corso di Teatro che terrò ad OrzoLuna, e sciolgo cera, la profumo, faccio saponi già per Natale.

Come non amare l'Autunno?


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