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martedì, febbraio 10, 2015

Cura di Sè







Fuori tutto è silenzio. La neve ha ricoperto, un'altra volta, tetti, alberi, strade, camini. Sento solo il ticchettio dell'orologio, la stufa che scoppietta, la teiera che sobbolle.

Domenica si è chiuso un ciclo. Lungo, intenso. Doloroso, ma non nella maniera che ci aspettavamo. Abbiamo cercato di vivere giorno dopo giorno, ricercando un equilibrio. Sono arrivate cose nuove, altre (amate) se ne sono andate. Eppure siamo arrivati fino a qui. Fino ad ora.

Così vicina alla data che doveva essere quella del mio parto, io ho finito l'ultima scatola di pillola. Le avevo prese perchè, dopo l'aborto e con il vaccino contro la rosolia, non potevo rischiare di rimanere incinta.
Ma ecco, i sei mesi che ad agosto mi sembravano lunghissimi, interminabili, si sono sciolti. Piano piano, come sta facendo la neve al sole di stamattina. Gocciolando via, preoccupazioni, ansie, e anche piccole gioie.

Piccoli momenti incantati, dove rinnovo il mio amore per Andrea, il mio re delle Fate, il padre dei miei figli. Oppure, quando come domenica andiamo a fare un giretto in un paese vicino, e trovo l'ultimo libro di Stephen King, che non sapevo nemmeno fosse uscito. Sincronicità, momenti sospesi.

Il giorno di quella tragica ecografia, nel pomeriggio io e Andrea andammo alla Pieve Vecchia, a Prunetta. Un posto magico, una vecchia chiesa che conserva radici misteriose, pagane, potenti. Ci sedemmo lì vicino, stupiti, senza parole. Nel cielo volava un falco, sopra di noi. Volava altissimo, e io mi chiedevo come avrei fatto per tornare così forte, così piena di vita, io che avevo la morte dentro.

Domenica, il giorno in cui ho smesso la pillola, siamo tornati lì. Nella neve, nel silenzio. Purezza intorno a noi. E nel cielo, un falco. Forse lo stesso? Prima era appollaiato su un palo della luce, ci ha guardati un attimo, come per assicurarci che stessimo bene. Poi è volato ancora, nell'aria, con il suo grido roco e acuto, vibrante, nel cielo azzurro d'inverno.

Un ciclo si è chiuso. Da adesso, tutto può succedere.
Stamattina mi sono dedicata al mio altare. L'ho pulito, spolverato, cambiato la disposizione delle pietre. Rinnovato preghiere, desideri, pratiche. Acceso un incenso ed una candela. E ho messo neve fresca in un piccolo contenitore, perchè si sciolga piano piano e mi ricordi che tutto scorre, si trasforma, passa, diventa qualcos'altro.

Prego che il mio desiderio rimanga un desiderio e che non diventi aspettativa. Spero di vivere i prossimi mesi nella pienezza, e non nell'attesa sterile, deprimente. Come è già accaduto.

Che il mio desiderio diventi realtà in maniera spontanea, vitale, dolce. Come la neve che diventa acqua, e goccia, e vapore, e di nuovo pioggia e nutrimento per il seme.

Ho iniziato ad usare i meravigliosi Balsami che vi dicevo la volta scorsa: mi prendo cura di me. Non credo di averlo mai fatto, prima, con questa dedizione e serenità, con questa pace.

Voglio imparare a non disperdere, ad agire solo dove voglio che vada l'energia, ad incanalare la mia potenzialità. Restando aperta...quella è la cosa più importante.


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lunedì, settembre 08, 2014

Un luogo che guarisce


Vicino a CasaEdera, così vicino che ci andiamo a piedi, portando i nostri cani ben felici di scorrazzare liberi nel bosco, c'è un luogo particolare e magico. Ne ho già parlato, citandolo a volte nei miei post passati.

Qui sul Poggio tutti lo chiamano dall'Eremita; il luogo prende il nome dal vecchio che ha sempre vissuto lì. Quando ero piccola, l'Eremita era ancora vivo. I miei amici mi raccontavano che le loro mamme, magari per una febbre o un'orticaria improvvisa, li portavamo da lui perchè era un guaritore. Ed oltre allo sciroppo per la tosse ed alla tachipirina, una visitina dall'Eremita ed un suo consiglio erano molto, molto preziosi.

Di lui si dice che conosceva il linguaggio delle piante, che curava con le erbe, e che sentiva in anticipo i terremoti. Girava di casa in casa per avvertire che un terremoto stava arrivando, di mettersi al riparo.
E che andava a Messa a piedi, ogni domenica, passando dai boschi ed arrivando fino a Momigno.

Non mi ricordo se, quando ero bambina, io l'abbia visto o meno. Mi sembra di ricordare un anziano signore, dai capelli bianchi, magro e con gli occhi vividi e pungenti come hanno tutti qui in montagna.

Fatto sta che poi è morto, ed è rimasta la sua casa, in una piccola radura in mezzo al bosco. I suoi nipoti coltivano ancora i campi davanti a casa sua, soprattutto con patate. Un anno però mi sono ritrovata in mezzo ad un campo di girasoli; forse era un esperimento di coltivazione, oppure un saluto solare all'Eremita, che la sua terra gli riservava.

La casa sta crollando; ha la porta per metà aperta, ed è possibile affacciarsi dentro. Si vedono delle scale ripide, e sopra una stanza inondata di sole, con una vecchia sedia appoggiata da una parte. Come se fosse stata messa lì per sedersi e godersi i raggi del sole mattutino.

Davanti alla casa fioriscono rigogliose molte piante officinali: Camomilla, Bardana, Cardo Mariano, Verbena, Iperico, Achillea, Menta...
Immagino che queste piante siano state portate lì da lui; e che il Cardo Mariano e la Bardana siano state messe in punti strategici, a protezione di quel luogo magico.

Accanto alla casa c'è un piccolo boschetto di faggi. Entrare lì dentro è come entrare in un tempio: tutto si fa rarefatto e nitido allo stesso tempo. I minuti scorrono più lenti. I pensieri si sciolgono come una zolletta di zucchero nel tè caldo. Ti ritrovi immerso in una luce verde, una luce amica, riempita di pace.
Puoi continuare a camminare e dopo pochi passi, lungo un sentiero costellato di Achillea e Violette in fiore, ri ritrovi davanti alla casa del'Eremita.

Io mi siedo lì davanti, e semplicemente sto. E sento una voce buona, una voce silenziosa, che non parla ma sa cosa dire. Sento che qualcuno, qualcosa lì mi cura. Ci cura.
Non si può spiegare ma solo sentire.
Quel posto è permeato da una luce sacra, da una sapienza antica.

E' come se dicesse che tutto passa e ciò che vogliamo ritorna. Che ciò che guarisce è anche ciò che ci insegna a lasciare andare.

Ieri, mentre eravamo lì, con i nostri cani che correvano tra i fiori, c'è stato un piccolo terremoto nelle vicinanze.
Lo voglio prendere come un saluto dell'Eremita, un suo modo per esserci vicini, per guarire le nostre anime.


Bardana, grandissima e vellutata


il boschetto di Faggi


Preziosi doni


Verbena, piccola e forte



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lunedì, settembre 01, 2014

Ripartendo (un passo dopo l'altro)


Cerchiamo di ripartire. Da cosa? Mi chiedo nelle mie giornate, fortunatamente costellate dalle tante persone che mi vogliono bene, che mi amano, che non mi lasciano mai sola.
Da dove? E soprattutto, come posso fare? Come posso superare questo dolore, pensare che fino a poco tempo fa il mo ventre custodiva una vita, un seme potente, e adesso non più.

Sono molti i pensieri che mi fanno compagnia. Ho capito che non devo scacciare quelli più brutti, ma accoglierli e poi lasciarli andare. Alla loro seconda visita, sono meno spaventosi, diventano conosciuti, come vicini di casa brontoloni.

Attingo alla mia memoria vissuta, come se fosse un pozzo magico. E tra lacrime e gioie, trovo consigli preziosi come stelle. Mi sono ricordata di un momento particolare della mia vita.
Mia mamma era morta da poco. Io avevo appena vent'anni, e volevo entrare alla Scuola di Teatro di Bologna. A quelle selezioni eravamo in trecento, e i posti erano solo 15.
Io ho sempre pensato, fermamente, che sarei entrata. Che mi avrebbero preso. Che avrei studiato in quella Scuola.
Mai, nemmeno per un minuto, ho temuto di non farcela. Ho sempre, sempre pensato positivo. Ho sempre visto la cosa come se fosse già avvenuta.

E mi hanno presa. Sicuramente non sarà stato (solo) per il pensiero positivo, ma chissà.
E quindi, pensavo, così devo avvicinarmi al futuro.
Con piena fiducia. Che si, presto sarò di nuovo incinta E strinerò il mio piccino tra le bracia.
Fermamente sicura che questa cosa accadrà. Che il mio corpo è un nido, che già si sta preparando per accogliere una nuova vita.

Mai pensare il contrario. Avere fiducia nel futuro, pensare che le cose andranno bene, vanno bene, stanno già andando così.


Sentiero nel bosco 


Intanto, piccole cose e momenti leggeri accompagnano e sostengono le nostre lacrime. Una passeggiata al fiume, quel fiume che ho sempre visitato, sin da piccola, con il ponte di Castruccio da attraversare. Uno spazio magico, dove ho passato momenti bellissimi, sin da piccina. Alcuni davvero fatati, con la mia amica e sorella Ciù, sotto il ponte, guardando i riflessi dell'acqua nei nostri occhi, insieme alle chiacchiere e all'amicizia che ci lega da così tanti anni.



La Lima

Abbiamo camminato per trovare pace, per abbandonare i pensieri appesi ai rami dei castagni. E nei raggi del sole filtrati dalle foglie ancora verdi, o lungo i sentieri costellati di erica e cicoria violetta, ci siamo riusciti.
Come l'altra mattina, nel nostro posto, nel bosco dietro CasaEdera, alla casa dell'eremita. Una casa ormai abbandonata, ma che è stata abitata da un guaritore, da una persona speciale, che sentiva in anticipo i terremoti, e andava alla Messa fino a Momigno a piedi.
E' come se lui fosse ancor lì; le piante che aveva forse seminato lui si rinnovano ogni anno. E noi ci mettiamo in ascolto, tra la Bardana fiorita e la Camomilla, sdraiati tra l'Achillea e il Timo, e siamo ripagati da una sensazione di armonia, di tranquillità.

E' quel posto, forse. E' la magia delle piante, della natura, del tutto che ci pervade.


Bardana officinalis

Quando rimango da sola ascolto moltissimo i canti Bajan. Nina Hagen canta per me, con me. Jai Mata Kali Jai Mata Durge. Che fossi una figlia di Kali, mi è stato detto in sogno, tanto tempo fa. Forse la mia gioia, a volt, passa attraverso una distruzione.

Mi concentro sulle piccole cose. Una farfalla violetta, i fagioli appena sgranati, il profumo di menta mescolato a quello di incenso che proviene da casa. Ho ridipinto la nostra stanza da letto, color ciclamino. La sera ci addormentiamo come dentro ai petali di un fiore.

Il tempo passa, il tempo lenisce.



domenica, gennaio 12, 2014

Un pò meno, un pò dopo


Lo so, ho scritto appena ieri.
Ma oggi ho avuto una rivelazione, troppo importante per non essere appuntata, e per non essere condivisa con voi. Vorrà dire che inizierete la settimana con un nuovo spunto, spero utile a molte di voi che mi leggono. E che ringrazio dal profondo del cuore, perchè se io oggi ho capito tutto questo di me, è anche grazie a voi.



Il Mare mi ha chiarito le idee. Completamente. Non so se quello che ho vissuto oggi sia una illuminazione, oppure se il seme di questa consapevolezza è in me da un anno, ed ha trovato solo oggi la possibilità di sbocciare. Io e Andrea  abbiamo fatto una passeggiata al mare. E tra conchiglie portate sulla spiaggia, piccole coppe per goccioline di mare, legni levigati e bianchissimi, cuccioli di cane che si rincorrevano, e la grana sottile della sabbia, che disegna ombre e luci lunari sotto al sole  d’inverno, io ho capito.


Ho capito che, per prima cosa, nella vita ho già commesso l’errore che sto commettendo anche adesso. Quello di rivestire delle maschere molto conformiste, di fronte al mio anticonformismo selvaggio. Ho già fatto questa cosa, quando ho deciso di abbandonare il Teatro per gli studi da erborista, quando ho deciso di essere una ragazza modello, nella casa in montagna, abbandonando velleità artistiche. Già, nella mia vita, mi sono trovata a fuggire ed a nascondermi nei panni della donna saggia, della ragazza per bene, di quella che ha messo la testa a posto. L’ho fatto per comodità, forse, o almeno così mi sono sempre detta. L’ho fatto per un preciso senso del dovere, dettato chissà da che cosa. Un senso del dovere che mi dice di fare la ragazza tranquilla, di non essere eccessiva, e soprattutto di non perdere tempo nel teatro, in ciò che è arte in genere, ed anzi, se proprio devo, che almeno quello che produco sia utile.




Ho sempre dato la colpa del mio abbandono delle scene professionali a vari spiacevoli accadimenti collegati a quel periodo teatrale. Ma In effetti, se vado a vedere per benino che cosa è accaduto dentro di me, io adesso posso dire con piena sicurezza che, signori e signore, io ho sempre avuto una grandissima paura della mia parte creativa.

Eccola qua, la verità.
Io ho sempre cercato di incanalare questa parte creativa o in qualcosa di utile, come il sapone, le candele o l’uncinetto visto come strumento per creare abbigliamento vario, senza osare qualcosa di davvero mio. Senza osare qualcosa di veramente creativo. Senza andare ad esplorare la mia creatività, quella profonda, legata proprio a me stessa.
Tutte le volte che, nella mia vita mi sono trovata pronta a spiccare il volo per una vera ricerca creativa, io mi sono tirata indietro. Andandomi a nascondere prima nei panni della ragazza modello, e adesso in quelli della mamma a tutti i costi.
Eh già, ovviamente si arriva a questo. Ma fronteggiamo davvero il discorso, forse per la prima volta.
Ho desiderio di un figlio. Questo è vero ed è innegabile. Un figlio mio e del mio amore, la fusione perfetta di noi due, etcetera etcetera. Ma: ne ho anche paura. Ho paura di dover dedicare tutta la mia vita a questo esserino così fragile e così dipendente dalla sua mamma. 
E soprattutto: non è il mio desiderio principale. Non lo è!!! Lo è diventato perché il senso del dovere e la fuga dalla fonte della mia creatività mi spingono a rivestire questo ruolo.


E così facendo non mi rendo conto che per avere un figlio ci vuole prima il desiderio di questo, poi la costruzione di sogni e complicità con il proprio uomo relativamente a questa anima che arriverà. Io mi sono precipitata nel ruolo della donna-che-vuole-essere-mamma senza nemmeno dare spazio, tempo e vuoto necessario a questa idea di crescere piano piano.
Il mio amico Ettore tempo fa mi disse una grande verità “I cinesi hanno un detto che recita così – un po’ meno, un po’ dopo”. Ecco. Io in questo anno ho avuto il terrore di quell’ un po’, non sapendo come gestirlo.
Rivestendo il ruolo della mamma-a-tutti-i-costi, come un piccolo carrarmato ho puntato solo all’obiettivo finale, senza dare abbastanza spazio a questa idea di formarsi da sola, con tutti gli ingredienti giusti.

Inoltre, ho avuto una grandissima paura di essere anticonformista. Nonostante la mia natura Selvaggia, in questo caso, spaventata dal sentiero nel quale poteva trascinarmi tutta la creatività risvegliata dell’incontro con il mio amore, e dalle possibilità di esplorare davvero la mia capacità creativa, mi sono imposta da sola il ruolo della “mammina”.

Ma perché????????

E soprattutto: non è necessario! I figli sono un dono, e sarà bellissimo averne, ma voglio che mi capitino come accade per le stelle cadenti, una scia luminosa e improvvisa, che rischiara il cielo. Voglio che mio figlio abbia due genitori innamorati e complici, ed una mamma che non ha paura di creare quello che lei stessa è. Altrimenti, come posso creare la vita, se prima non imparo a gestire ed assaporare la mia vena davvero creativa, davvero artistica?

Senza fuggire di fronte alle possibilità, senza voltare le spalle a quello che può venire dalle mie profondità. Senza relegare me stessa in un ruolo troppo anni Cinquanta, troppo poco Selvatico, per niente magico.


Mi sono chiesta dove io sia finita, per questo lungo anno, passato a contare i giorni dell’ovulazione, i fantasintomi di cicogna in arrivo, a prendere le temperatura basali, a fare grafici e a fare stick peggio che in un laboratorio di analisi.

Io sono pronta ad esplorare quella che sono davvero, ed a liberare la capacità creativa che risiede in me. Pronta a creare arte inutile, a scrivere sulla mia pelle e poi a fare foto, a dipingere la stoffa, a recitare di nuovo, completamente, senza riserve.

Sono pronta a ricontattare la mia parte magica, lunare, fatta di stelle e di sole, fatta di foglie e fiori e nepetella appena raccolta.

Sono pronta a ritagliare, ad incollare, ad uncinettare tutto quello che di inutile può esserci.
E soprattutto, non so dove tutto questo mi porterà. Ma sono sicura che mi porterà in un posto fertile, in un posto che guarisce, in un posto pieno di possibilità.

Mi sento finalmente libera, libera da questo ruolo autoindotto di madre. 
Sai che c’è: non sono ancora pronta.
Anzi, lo sono, ma un po’ meno, un po’ dopo.



 (le foto sono state scattate tra Torre del Lago Puccini e Lago di Massacciuccoli. Posto magico, sospeso tra un'ala di nostalgia ed una piccola baia di pace).

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domenica, gennaio 05, 2014

Pomeriggio di Pioggia


Quando la pioggia ci coglie sul finire delle vacanze natalizie, tra una lucina di Natale che ormai è da riporre per il prossimo anno, e un nuovo calendario da appendere al muro della cucina, lì vicino all'Edera, potremmo essere travolti danna noia e dal malumore.

Noi ieri abbiamo deciso di sfidare il maltempo, e abbiamo anche rinunciato ad un pomeriggio nella mia cara Bologna: la nebbia ed il maltempo ci hanno fatto desistere. Abbiamo deciso di fare un giretto per Pistoia, la nostra città, senza aspettative nè programmi.

A volte le cose non programmate ti stupiscono; così ti trovi in biblioteca, di sabato pomeriggio, a sfogliare libri e riviste, e ti imbatti in una mostra di un'artista pistoiese, Cristina Palandri. Siamo usciti da lì con tre film, tra cui quello di Jane Campion dedicato a Keats, che voglio vedere da un pò di tempo, e due libri molto utili. Uno è il libro sulla composizione dei profumi e delle essenze delle autrici de "Il mio Sapone", un libro che mi servirà moltissimo. L'altro è un piccolo libricino, "Trattato di Culinaria per donne tristi", di Hector Abad Faciolince. Mi ha subito catturata, e sono sicura che sarà una gradevole lettura.

Uscendo da lì, ci siamo imbattuti nella mostra di Chiavacci, a Palazzo Fabroni, con la conseguente collezione permanente. Non l'avevo mai vista: ci sono opere interessanti, specie quelle di Chiari e Melani. Ho scoperto poi che a Pistoia esiste la sua casa-studio, la nostra prossima visita sarà sicuramente lì.

visione subliminale da Palazzo Fabroni della Chiesa di Sant'Andrea

Oggi è tornato un timido solicino: ne ho approfittato per uscire, e fare qualche foto.
Mi perdo nelle forme, nei colori della natura che mi circonda. Ogni cosa è un'installazione visiva, le sfumature mi rapiscono, mi specchio nella rugiada che riveste le bacche appena sveglie, baciate dai raggi del sole invernale.






Credo che la pioggia, come la noia, possa essere uno stimolo per farci trovare nuove strade e nuove risorse.

Nei pomeriggi di pioggia fitta e incessante, se l'amato è lontano e il peso invisibile dalla sua assenza ti angoscia, taglierai dal tuo giardino ventotto foglie nuove di cedronella e le metterai sul fuoco, con u litro di acqua, in infusione. Appena bolle l'acqua lascia che il vapore bagni i polpastrelli delle tua dita e mescolale tre volte con un cucchiaio di legno. Toglila dal fuoco e lasciala riposare per due minuti. Non mettere zucchero, bevila a sorso, di spalle al pomeriggio, in una tazza bianca. Se a metà del litro non noti un certo sollievo dietro lo sterno, scaldala di nuovo e aggiungi due cucchiai di zucchero di canna. Se alla fine del pomeriggio l'angoscia persiste, puoi stare sicura che lui non tornerà. O tornerà un altro pomeriggio e molto cambiato.
(Trattato di culinaria per donne tristi, H.A.Faciolince)


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giovedì, agosto 29, 2013

Imparare dall'Acqua



Pontremoli - in una pausa dalla mia bancarella

Questo Agosto ha portato molta riflessione, cambiamenti dentro di me, rivalutazioni e pensieri importanti. Mi ha portato una miodesopsia bella grande anche nell'occhio sinistro, un altro Anello di Weiss. Mi ha messa in cammino per il Giardino dei Tarocchi di Niki de Saint Phalle. Artista colorata ed intensa, che sento fortissimo in me. Lei mi ha incontrata nel suo giardino, io la aspettavo. Di fronte alle sue Stelle, ho capito. E anche grazie a Freya Mathews e la lettura del suo Riabitare la realtà, che molte volte la filosofia del "lasciar stare" è la migliore.


"L'indigena quindi non si sente obbligata a fare nulla; non si sforza di compiere azioni che darebbero corpo ad una narrativa che da un senso compiuto alla vita. A lei si chiede solo di procurarsi le necessità della vita, non di essere indaffarata ben voluta, di successo, rispettata. L'appagamento consiste nella immersione di se stessa nel mondo e nella sua conversazione con esso. Letto in quest'ottica, l'atteggiamento di chi vuole avere "il massimo dalla vita" è grossolano. Abbiamo il massimo dalla vita quando ci svegliamo alla presenza del mondo, alla sua grandezza, alla sua bellezza, alle sue incessanti comunicazioni senza fine. LA struttura della vita dell'individuo non è tanto narrativa quanto poetica: non è un racconto con un inizio ed una fine, ma consiste nel rivolgersi al mondo."

Così tanto da imparare da questo concetto: compenetrare la realtà essere parte di. Ho passato tempo sotto la Quercia, ad ascoltare il fluire della linfa sotto la terra, su nei rami, nelle foglie ed in me.
Ho viaggiato per questa meravigliosa Toscana, e sono tornata a casa, felice di essere di nuovo nei miei boschi, nel mio nido.
Ho trovato pomodori rossi nell'orto, profumo di terra bagnata, idee di funghi e tè speziati da sorseggiare vicino alla stufa.

Sono fatta di Fuoco, come ebbe a dire una persona che mi conosceva molto bene: e ho bisogno di imparare dall'Acqua, la calma, l'adattabilità, i tempi giusti. Il ventre e la luna, la pienezza senza il peso.

Eccomi...sono tornata!

p.s. se volete vedere le mie foto del Giardino dei Tarocchi, cliccate qui



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venerdì, maggio 17, 2013

Sculture vegetali


Continuo a disegnare, disegnare, osservare i fiori che mi circondano ed imparare i loro pattern, per riportarli poi sulla carta.
Ho anche  ripreso in mano la Dottrina Umorale che in passato ho già affrontato, riprendendo in mano i libri del Giannelli, e anche grazie alle mie allieve del Corso di Erbe rispolvero coincidenze, connessioni, legami e segni legati al mondo vegetale.

Faccio passeggiate non appena il Sole fa capolino dalle nubi che ancora imperversano dalle nostre parti: i pomodori nell'orto sono ancora piccolini, vado a parlar loro assicurandogli che l'estate arriverà presto.

Nel bosco mi imbatto in vere e proprie opere d'arte naturali.




Lo strano frutto del Tarassaco, detto pappo, che sembra provenire da un mondo alieno. Mi perdo ad osservare la precisione dei semi, mi diverto a ricopiare i disegni che creano nell'aria. Pianta legata alla purificazione, non sono interiore, ha un risvolto romantico. Si dice che, pensando intensamente al messaggio che vogliamo portare alla persona amata e lontana, possiamo soffiare sul soffione e il messaggio arriverà a destinazione. I fiori di tarassaco attirano denaro, quindi raccogliete dei mazzi di fiori e metteteli nelle vostre case!



Accanto a Casa Edera c'è un boschetto di felci. E adesso sono nel momento che più amo. In boccio, con le foglie chiuse a spirale. Un labirinto eterno, che spiega la vita solo allo sguardo, senza bisogno di parole. Perfetta spirale di energia, attira ciò che serve ed il negativo manda via. Sembra davvero una scultura perfetta.



Sfruttando una lieta mattina di sole ho raccolto il Lillà, per farne Oleolito. La ricetta è stupendamente descritta qui, nel blog della mia cara Erba Viola. Grazie a lei mi sono ricordata che adesso è proprio il momento giusto per realizzare l'oleolito! Per tutte le sue caratterisctiche cosmetiche e fitoterapiche vi rimando al post di Grazia, io qui mi limito a notare la fantastica coincidenza che lega l'albero di Lillà alle fate, e al suo potere di allontaare la negatività. Il Lillà allontana la negatività dal luogo in cui viene piantato, e i fiori freschi portati i casa aiutano ad allontanare le energie negative che possono essere presenti. Inoltre è la dimora preferita delle Fate!

Il mio Lillà è stato piantato accanto alla porta di casa nostra, da mia madre.
Lo guardo, e sento mia madre vicina, come se non se ne fosse mai andata. Che mi guarda, mi tranquillizza, mi protegge, come fa l'inebriante profumo del Lillà.

Ecco qua i miei Oleoliti!



ATTENZIONE: non mi ero accorta di aver attivato i commenti di g+ su questo blog; o meglio, credevo che avere i commenti di g+ s ul blog non pregiudicasse gli altri commenti. Invece mi sono accorta di si...quindi li ho disattivati, potete commentare come sempre da adesso :)



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lunedì, aprile 15, 2013

Ovunque proteggi


Ieri abbiamo approfittato della bellisima giornata per fare una mini passeggiata vicino a casa. Sono stata bravissima tutta la settimana, ma da ieri inizio a scalpitare: ho voglia di tornare alle mie cose, al mio sapone, al mio orticello!

Ho però seminato in alcuni vasi i Piselli odorosi, e anche un piccolo vasino di Erba Cipollina. 
Sono stata davvero a riposo, ma qualcosina l'ho fatta comunque.
Stasera alle 19 ho la visita di controllo: speriamo che sia tutto andato a buon fine e che  da domani possa tornare al mio lavoro!

Comunque, tornando alla passeggiata: io ed il mio QuasiSposo abbiamo trovato tantissimi aghi di Istrice. Bellissimi, lunghi, appuntiti.
Probabilmente il piccolino ha avuto paura di qualcosa, e li ha lasciati tutti in quel punto lì: fatto sta che sono stati davvero un bellissimo dono.

Voglio provare a forarne qualcuno, per vedere se posso usarli come aghi da lana.

La cosa che mi colpisce è comunque il significato dell'Istrice: simbolicamente, è una protezione contro i nemici, contro la negatività.

Madre Terra si prende cura delle proprie Figlie.






" L’istrice esprime le virtù della prudenza, della previdenza e del calcolo edonistico. Indica l’obbligo di essere accorti in un mondo pericoloso, violento, crudele e perennemente sottomesso alle pulsioni di morte. L’istrice insegna, a chi sa guardarlo, la necessità morale di proteggersi e di tenersi a debita distanza dagli altri. Possiede il fisico adatto alla parte: gli aculei, che si rizzano in ogni direzione, impediscono di prenderlo familiarmente in mano e rendono impossibile il contatto abusivo; la sua attività notturna o crepuscolare lo sottrae agli sguardi degli esseri diurni, i più comuni e ordinari; la sua innegabile capacità di uccidere e mangiare i serpenti lo pone di fatto tra i simboli occidentali della lotta contro le potenze del male; la sua letargia ciclica e le sue ibernazioni solitarie lo classificano fra gli amanti dei deserti esistenziali.
La sua tecnica di evitare il negativo consiste nell’arretrare, rinserrarsi e chiudere le orecchie a sventola, attraverso le quali il mondo penetra abitualmente la carne, quindi l’anima. Non appena si affaccia il rischio di stress, di frustrazione o di minaccia, l’istrice abbassa la testa, riporta gli aculei sulla parte anteriore del viso, arriccia il naso che si accorcia e si solleva. Quando si è avvolto quasi completamente su sé stesso, l’apertura del suo mantello disegna ancora una forma di cuore, prima di scomparire del tutto. Il muso e le zampe anteriori si nascondono sotto la visiera di aculei. Ancora una contrazione, e poi la parte anteriore si salda a quella posteriore. Rimane una palla ricoperta di aculei ritti, inaccessibile, insensibile, protetta."






"

Tra gli animali, alcuni cambiano colore, si trasformano, si confondono con l’ambiente, altri mostrano i denti, puntano sulle loro difese o sui canini acuminati. La stessa cosa avviene per gli uomini, che oscillano tra la strategia del camaleonte e la tattica del felino. Da parte sua l’istrice rifiuta sia il mimetismo che la violenza del predatore, perché preferisce la saggezza veramente edonista: evitare il dispiacere, mettersi nella condizione di non dover sopportare contrarietà, porsi in ritirata ontologica. Né scomparire né attaccare, ma strutturarsi come una fortezza a partire da una piega nella quale preserva la sua identità.
Arrotolarsi come una palla o entrare in letargo, ecco due modalità analoghe di relazionarsi col mondo quando non si è costretti a combattere o si rifiuta deliberatamente di porre i rapporti sul terreno della violenza, della guerra e del conflitto. Nella sua postura tipica l’istrice manifesta la volontà di una relazione che si propone di evitare la famosa lotta hegeliana tra opposte autocoscienze. L’individuo che nel suo rapporto con l’altro detesta l’odio, la negatività e tutte le forme assunte dalla pulsione di morte, eccelle in questa logica della piega di resistenza che genera la schivata benefica."

Michael Onfray




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giovedì, aprile 04, 2013

Dopo la pioggia


Come mi insegna Tara, non c'è niente di meglio che camminare in ascolto, immergendosi nella natura. E' quello che ho fatto ieri, dopo ore passate al c a lavorare. C'è stato un piccolo temporale di Marzo, e subito dopo è uscto il sole. Allora ho preso la macchina fotografica e sono uscita per fare il giro del paese.

Camminare e lasciarsi attraversare. Gli uccelli cantano più forte dopo la pioggia, forse per richiamare il sole. Tutto è ricoperto da perle trasparenti, perfette.




I crochi sono una delle mie passioni. A partire dal colore lilla, davvero fatato, con le venature viola. Quando sono chiusi sembrano farfalle che sognano.



Quando si aprono, ecco che diventano perfetti per fare vestito alle fate. Starei a guardarli per ore: che gioia vederli spuntare a mazzi su per il viottolo che porta a casa!



Quando si aprono, poi, rivelano l'arancione che nascondono in loro, come un cuore magico. Lilla e arancio, una palette di colori meravigliosa! Posso utilizzarla nella mia nuova impresa crochet. Mi basta comunque fermarmi ad osservarla, catturare la bellezza con la macchina fotografica.



Arrivo finalmente al punto dove volevo arrivare, un piccolo spiazzo dove i crochi crescono a migliaia! E trovo proprio un raggio di sole che li illumina. Sono i bicchieri delle fate e dei folletti, colmi di nettare di rugiada. Vorrei essere piccina come loro, per poter fare il bagno dentro ad un fiore.

Nel mentre passa Silvano, un nostro vicino, e mi fa ciao con la mano. Chissà che cosa penserà, nel vedermi semisdraiata tra i crochi, mentre scatto mille fotografie.



Che perfezione. Mi incammino per la via del ritorno, e sopra ad un muretto trovo un mazzolino di crochi. Chi lo ha dimenticato? Una bimba mentre tornava da scuola, oppure lo hanno raccolto i folletti per me, che sicuramente sanno quanto amo questi fiori?

Lo prendo quasi per un dono magico, un dono del Bosco.
Lo raccolgo, e lo metto vicino alla Pietra dei Pionieri, un piccolo monumento agreste che gli abitanti del Poggio hanno fatto qualche tempo fa.



Con la pioggia, poi, la sera di fronte alle Streghe di Eastwick, che il mio Amore non aveva mai visto!, inizio a lavorare granny square per una borsa che mi accompagnerà in primavera.
Voglio impiegare i piccoli gomitoli di filato che mi rimangono dai lavori invernali, prima di passare a lavorare il cotone: quindi mi sono messa a fare quadratini di colori, per cucirli poi insieme in una colorata e capiente borsa.





Il modello ne prevede 44, quindi devo lavorare ancora un bel pò. Ma è così rilassante scegliere i colori, osare gli accostamenti, uncinettare in tranquillità...




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martedì, febbraio 19, 2013

Solvitur Ambulando


Questa frase in latino, che spesso ripete il mio Amore, contiene due grandi verità. Una, che per risolvere i problemi molto pesso basta una camminata. Camminare ti rende lucida, ti fa pensare in maniera ordinata alle cose. Muove mente e corpo in soluzione unica, aiutandoci a comprendere, a sciogliere, a capire.
Poi, significa anche che la Pratica risolve i problemi. Mettere in partica, non lasciare tutto nella sfera del mentle. Fare. Agire per risolvere.

Continua la mia ricerca artistica, di cui vi parlerò nei prossimi post. Sappiate che, per merito di una fatina che vive vicina a me, ho la possibilità di passare serate Ispiranti a contatto con me stessa, imparando a modellare la creta, realizzare vasi, e forse...anche sculture! Chi lo avrebbe mai detto?
Passare la sera nel laboratorio di Paolo Beneforti, artista poliedrico e polimaterico della mia città, e piano piano imparare a dare forma a qualcosa che prima non c'era, riempire lo spazio con la tridimensionalità, scavare e limare e impastare con le mani, è qualcosa che per me si avvicina alla perfezione.

Vi farò vedere i miei sviluppi e parlerò diffusamente di questo laboratorio; ancora è un tenero virgulto, da esplorare.

Quando ho un pochino di tempo esco, cammino, faccio foto. Uncinetto collane iperboliche (di cui devo fare foto), mi metto in ascolto, presto attenzione.






Camminare e prestare attenzione. Non si deve far altro. E' semplice e difficile allo stesso tempo, almeno per me. In primis, perchè non riesco a concedermi tempo solo per me, per  camminare senza meta, per lasciarmi attraversare. Senza giudizio. Poi, perchè è difficile essere aperti e guardare le cose come se fossimo bambini...ma quando ci si riesce, è davvero bellissimo!

Mi sento come Alice nel Paese delle Meraviglie. Mi fermo ad osservare tutto, e in ogni cosa scopro un mondo. Un mondo piccolo, oppure un mondo enorme dove sono io quella ad essere piccina.

E così, ambulando, solvitur, o almeno vado alla ricerca del mio essere Artista, mi regalo delle possibilità.


Ma rimango pur sempre una riabitante della Montagna, e una decrescitrice battagliera: e quindi sperimento e autoproduco, ancora, sempre.

E vi regalo quella che per me è la ricetta perfetta per la

Autoproduzione del Tofu




Finalmente sono soddisfatta! Sono riuscita a produrre un tofu davvero buono, e anche abbondante.
Come ho fatto?

Innanzi tutto ho utilizzato latte di soia acquistato. Con un tenore di grassi maggiore o uguale al 2%. Dopo ennesimi tentativi di autoprodurre il tofu con il latte di soia a sua volta autoprodotto, tutti miseramente falliti (per un litro di latte di soia autoprodotto riuscivo a ricavare si e no 50 grammi di tofu! Davvero uno scarso rendimento) mi sono arresa all'idea che per autoprodurre il tofu ci vuole un latte di soia abbastanza grasso, preferibilmente non autoprodotto.

Ovviamente, se voi riuscite a fare il tofu con il vostro latte di soia, e ottenete una buona resa, fatemi sapere come ci riuscite!

Poi, ho aggiunto al risultato finale 3 cucchiai yogurt di soia. Quello può essere felicemente di quello autoprodotto :)

un litro di latte di soia con un tenore di grassi superiore al 2%
due cucchiaini di Nigari
il succo di mezzo limone
3 cucchiaio di yogurt di soia
un pizzico di sale
un pizzico di zucchero

Fate bollire il latte di soia in una pentola capiente, preferibilmente di acciaio inox.
Aggiungete sale e zucchero.
Alla bollitura, aggiungete il Nigari sciolto in un mezzo bicchiere di acqua.
Lasciate sobbollire 2 minuti; vedrete che vengono a galla i fiocchi di soia.
Raccoglieteli con una schiumarola e metteteli in un recipiente, insieme al succo di limone e allo yogurt di soia.

Poi mettete il composto in una fuscella, vanno bene quelle riciclate della ricotta, oppure in uno stampo da tofu.
Io dopo anni mi sono decisa ad acquistarlo e mi sono trovata benissimi!
Il mio è questo qui.

A questo punto, mettete lo stampo sopra un piatto fondo, e mettete in frigo o al fresco per 8 ore.

Ecco qua  il vostro buonissimo Tofu fatto in casa!
Potete ovviamente aggiungere erbe, spezie e quello che volete per condire questo tofu.

Fatemi sapere :)


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